Il filtro che abbatte il ricambio di personale ignora del tutto le competenze

In una grossa concessionaria di Roma, l’ultima parola su un’assunzione non ce l’ha chi dirige il reparto.

Ce l’ha un secondo intervistatore, di un altro dipartimento, che nel colloquio non fa una sola domanda tecnica. Non guarda il curriculum, non chiede i numeri di vendita. Valuta una cosa sola: se la persona sta bene dentro quella squadra.

Lo chiamano veto culturale. Il candidato può aver superato benissimo il colloquio tecnico ed essere il più competente della lista. Se il secondo intervistatore vede segnali di disallineamento sui valori o sull’atteggiamento, l’assunzione salta.

Sembra un lusso da grande gruppo. In realtà è la voce di costo più bassa del processo. Un’assunzione sbagliata in concessionaria costa tra i 10.000 e i 25.000 euro: formazione, produttività persa, e il ricambio di personale che quasi sempre arriva dopo. Il veto culturale costa trenta minuti del tempo di una persona.

Funziona perché neutralizza la distorsione di chi assume. Il responsabile di reparto, sotto pressione per coprire un buco in organico, tende a dire sì a chiunque sembri capace, e mette in secondo piano i segnali che pure ha visto. Una seconda persona, che non deve riempire quella casella, quei segnali li pesa a freddo.

La competenza la formi in pochi mesi. L’incompatibilità con la squadra te la tieni finché quella persona resta.

Nella tua ultima assunzione, chi ha avuto voce sull’allineamento con la squadra, oltre a chi doveva coprire il ruolo?

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