Ogni volta che uno strumento non rende, la reazione è la stessa: cambiarlo. Sito, chat, software di valutazione, agenzia. Via il vecchio, dentro il nuovo. E si riparte da capo.
È uno dei comportamenti più costosi che si vedono in concessionaria. Lo stesso identico prodotto rende in una sede e delude in un’altra. Il software è lo stesso in entrambe. A cambiare è chi lo ha configurato, l’ha corretto, ci è tornato sopra finché ha iniziato a rendere.
Sul mercato c’è molta più parità di quanto sembri. Due fornitori concorrenti fanno più o meno le stesse cose. A separarli è l’implementazione, cioè il lavoro noioso che nessuno vuole fare: mettere mano ai processi, misurare, aggiustare.
Ci siamo abituati a credere a chi promette di più. Lo strumento nuovo, l’IA che questa volta risolve tutto. Intanto quello che hai già in casa rende molto meno di quanto potrebbe, e nessuno lo tocca.
Chi gestisce diciassette sedi lo ha ridotto a una disciplina. Prima di comprare qualsiasi cosa, si chiede due cose: quanto è facile da fare, e quanto vale. I lavori facili e redditizi partono domani. Il progetto enorme, che rende tanto ma richiede anni, aspetta il suo turno. L’elefante si mangia un morso alla volta.
Poi resta l’ultima variabile, quella che nessun capitolato misura: con quale fornitore sei disposto ad alzare il telefono per chiedere aiuto senza pensarci due volte.
La domanda da farsi prima del prossimo acquisto è scomoda: lo strumento che vuoi buttare ha davvero fallito, o non lo hai mai fatto lavorare come doveva?
