Il web non sta evolvendo. Si sta sdoppiando.
Da una parte rimane internet come la conosciamo: interfacce curate, UX raffinate, design system pensati per l’occhio umano. Dall’altra sta emergendo un’infrastruttura parallela, silenziosa, progettata non per essere vista ma per essere letta, eseguita e monetizzata da agenti IA.
La mutazione è già in corso. Non è teorica, è infrastrutturale.
Cloudflare ha iniziato a trattare gli agenti come clienti prioritari. Con la conversione automatica dell’HTML in Markdown strutturato e con standard come LLM.txt e AI Index, sta riscrivendo il modo in cui le macchine navigano i siti. Non più pagine pensate per occhi e cursori, ma flussi ottimizzati per modelli linguistici che cercano dati puliti, strutturati e a bassa latenza.
In questo scenario, il paradigma dei “link blu” diventa un retaggio architetturale. Un agente non vuole scegliere. Vuole eseguire.
La seconda frattura è economica.
Coinbase ha introdotto wallet agentici che permettono alle IA di detenere e movimentare asset in modo non custodial. Non stiamo parlando di automazione finanziaria tradizionale, ma di software capace di operare, spendere e potenzialmente accumulare capitale per sostenere la propria attività computazionale.
Un agente che non può pagare è solo una demo. Un agente che può pagare diventa un attore economico.
Poi c’è la questione della fiducia.
Stripe ha dovuto ripensare i propri sistemi antifrode perché i segnali comportamentali umani semplicemente non esistono in un acquirente algoritmico. Niente movimenti del mouse, niente esitazioni, niente incertezza. L’assenza di umanità diventa il nuovo standard di legittimità. Con token di pagamento condivisi e protocolli universali di acquisto, il concetto stesso di checkout sta perdendo centralità.
Il clic non è più l’unità base del commercio digitale.
Sul fronte dell’ingegneria, OpenAI sta professionalizzando l’agente. Skills modulari, ambienti isolati di esecuzione, gestione avanzata della memoria. Non più prompt artigianali, ma architetture software versionate. Il risultato è un salto misurabile in precisione, velocità e autonomia operativa.
Il punto però non è tecnico.
Stiamo entrando in un’economia in cui una quota crescente di decisioni e transazioni avviene tra entità che non hanno mai visto uno schermo. Sopra rimane il web “da vedere”, sotto pulsa un web funzionale fatto di Markdown, token e protocolli machine-to-machine.
È un momento paragonabile all’introduzione dello smartphone. Allora abbiamo reinventato il web per la mobilità. Oggi lo stiamo reinventando per l’autonomia algoritmica.
Siamo pronti a progettare fiducia, governance e responsabilità in un ecosistema dove gli attori principali non sono umani, ma operano per conto nostro, o talvolta per conto di se stessi.
Il futuro del web non sarà solo più intelligente. Sarà meno visibile.
E chi costruisce infrastruttura oggi sta già scegliendo da che parte della scissione posizionarsi.
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